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Colon, 10% dei tumori dovuti alla dieta sbagliata

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lunedì 22 luglio 2019

Colon, 10% dei tumori dovuti alla dieta sbagliata


La dieta è grande alleato nella prevenzione di alcuni tipi di tumore, come quello del colon. Ma se è sbagliata può diventare invece un fattore aggiuntivo di rischio. Oltre 80 mila nuovi casi di cancro al colon registrati in un anno negli Stati Uniti, infatti, ovvero il 5%, sarebbero attribuibili ad un regime alimentare errato.

Il tumore del colon-retto è il terzo  più comune in Italia e rappresenta il 10% di tutti i tumori; la maggior incidenza è dopo i 50 anni, ma è in aumento anche in fasce di età più giovani. Pubblicato su JNCI Cancer Spectrum, il nuovo studio, condotto da ricercatori della Tuffs University di Boston, ha esaminato i tumori al colon registrati negli Usa nel 2015. Ne è emerso che ben il 5,2% (80.110 casi) potevano essere attribuibili ad una dieta inadeguata. I fattori a maggiore impatto sono risultati lo scarso consumo di cereali integrali e di latticini da una parte, e l'elevato consumo di carni processate (insaccati, salsicce e wurstel), dall'altra.


«La popolazione percepisce il messaggio di sana alimentazione in maniera generica e superficiale, mentre questo studio stabilisce in maniera precisa il tipo e l'entità del rischio di tumore attribuibile alla dieta», afferma la professoressa Filomena Morisco, del Dipartimento di Scienza degli Alimenti dell'Università di Napoli Federico II. Questo, aggiunge, «suggerisce la necessità di un approccio multidisciplinare alla malattia, con il gastroenterologo in posizione sempre più centrale».

L' alimentazione, conclude Domenico Alvaro, presidente della Società italiana di gastroenterologia e endoscopia digestiva (Sige), «è un'arma di prevenzione straordinariamente potente, soprattutto se iniziata in giovane età. Se, associata ai programmi di screening, potrebbe abbattere il numero di nuovi casi nei prossimi anni».

Fonte: Messagero.it

martedì 16 luglio 2019

Test Professioni Sanitarie 2019: le info sulla prova d'ammissione

La data del test di professioni sanitarie 2019 è mercoledì 11 settembre. Il test si svolgerà in contemporanea in tutta Italia, ma le domande non saranno uguali per tutti perchè, al contrario di quanto accade per medicina, veterinaria e architettura, i quesiti non vengono preparati dal Miur, ma dai singoli atenei che tengono conto delle linee guida inserite nel bando del test pubblicato dal Ministero (numero di domande, materie, argomenti). Alcune università, comunque, aderiscono ai test proposti dal Cineca o dal Caspur. In questi casi le domande sono uguali o simili per tutti gli atenei aderenti.

Aifa ritira questi 2 medicinali per il controllo del colesterolo

L’Aifa, Agenzia Italiana del Farmaco, ha disposto il ritiro dalle dal commercio di due lotti del farmaco Simvastatina prodotto da Mylan Italia Spa.

venerdì 5 luglio 2019

Sanità digitale, quale è lo stato dell'arte? Intervista a Ettore Sansavini

Sviluppo della sanità nel digitale, nuovi investimenti nel settore della sanità, rapporto con i social media e tutti gli altri nuovi canali di contatto che aumentano le occasioni di confronto e condivisione. Quale è la situazione attuale e quale il futuro che si prospetta? Affaritaliani.it ne ha parlato con Ettore Sansavini, Presidente di GVM Care & Research, primo Gruppo ospedaliero italiano per diffusione territoriale. 

In qualità di imprenditore attivo nel settore della sanità da molto tempo, come vede oggi lo sviluppo della sanità nel digitale?

Si tratta di un passaggio necessario, di una rivoluzione già in corso che offre grandi opportunità. E’ innegabile che ad una evoluzione dei processi verso il digitale corrispondano anche una migliore qualità della cura, una riduzione degli errori clinici, nuove opportunità di studio e di ricerca attraverso i big data. Grazie all’introduzione del digitale, oggi, l’intelligenza artificiale è una realtà che trova applicazione nei processi clinici come supporto a processi valutativi e decisionali. I nuovi strumenti digitali abilitano, inoltre, nuovi modi di interagire con il paziente che può accedere ai servizi e alle proprie informazioni in modo facilitato, secondo un modello che sempre più lo deve vedere al centro dei percorsi di cura. L’attuale modello di remunerazione e di incentivazione delle performance sanitarie è purtroppo ancora basato più sulla tipologia/quantità delle prestazioni piuttosto che sulla qualità e il benessere dei pazienti nel lungo periodo, confido però che la digitalizzazione in sanità contribuisca a valorizzare i risultati e consenta di promuovere un nuovo modello di valutazione della sanità.

Gli investimenti della sanità nel digitale sono ancora limitati (la sanità investe il 2,4% degli investimenti totali nel digitale – fonte Osservatorio EHealth Lab a cura di NetConsulting cube), ma in crescita. Oltre alle classiche prenotazioni online e all’introduzione della cartella digitale, secondo lei il futuro del paziente sarà legato a stretto giro al web, ai social media e consulti online (telemedicina)?

Ne sono certo e questi strumenti, se correttamente gestiti, potranno contribuire in modo positivo alla sostenibilità del sistema sanitario, facilitando, al contempo, l’accesso alle informazioni e alle prestazioni da parte degli utenti. Ovviamente, occorrerà che il Garante si esprima. Una valutazione della tutela e della corretta conservazione dei dati è fondamentale per affrontare con serenità la sfida delle piattaforme web e social, soprattutto se consideriamo che in Italia, già oggi, quasi 30 milioni di persone effettuano sul web ricerche per la salute e l’80% lo fa anche su specifiche patologie. Sono dunque favorevole allo sviluppo della telemedicina, per alcune specialità si lavora già in tele-assistenza, senza dimenticare che il rapporto medico paziente è oggi, e dovrà rimanere in futuro, un momento importante e insostituibile. Le connessioni rappresentano sempre di più il canale che favorisce un primo approccio medico-paziente e permettono di orientare la ricerca di informazioni sui giusti canali. Diventa però fondamentale fare in modo che i pazienti possano contare su siti con contenuti che abbiamo fonti certificate, chiare e comprensibili, per evitare di ingenerare inutili allarmismi.

L’approccio di GVM ai social media e sul web ha strategicamente, e in modo interessante, convogliato le comunicazioni sotto un’unica matrice, ovvero il brand GVM Care&Research. La vostra presenza in diverse regioni sul territorio italiano viene “unificata” e non dispersa sulle singole strutture. Si tratta di una strategia di cross-selling? Quali i motivi di questa scelta?

La brand identity è per noi garanzia di uniformità di procedure, controllo e certificazione di qualità in tutti i nostri centri, ecco il perché di questa scelta. Parlerei, piuttosto, di cross-information, come sistema incrociato di informazioni veicolate attraverso la rete di strutture sanitarie GVM Care&Research che fungono da ricettori di informazioni e da centri di prenotazione incrociata, aiutando il paziente a rendere più fluido e veloce il contatto verso le nostre strutture, così che nella stessa zona si possa dare un maggiore possibilità di copertura delle necessità di salute, mantenendo un valore identitario declinato nelle singole realtà territoriali, ma sempre con un’omogeneità di procedure e di offerta tecnologica di alto livello. Il paziente al centro in ogni struttura, in base a regole condivise e ogni struttura al centro di una rete di strutture di cui è anche satellite

Contact center, CRM, social media, web, i canali di contatto si sono moltiplicati e l’utente sempre più spesso parla direttamente con la struttura ospedaliera dalla sua scrivania in ufficio o da casa: lo vede come un fatto positivo? Secondo la vostra esperienza come stanno cambiando i rapporti medico-paziente?

L’esigenza di contatto e di informazione ruota attorno allo stile di vita dell’utente e alle sue abitudini di connessione, e naturalmente alle sue necessità di salute. I canali si sono moltiplicati e diversificati in base all’evoluzione tecnologica ma anche in base al tipo di richiesta di salute.
Penso che sia fondamentale oggi mettere a disposizione dell’utente più possibilità di contatto come sito della struttura, piattaforme di prenotazione aziendali, contact center con chat collegate, così che le risposte siano sempre corrette e fruibili in tempi molto brevi. Tutto ciò mettendo al centro il paziente anche con il CRM così da favorire non solo una corretta e più personalizzata accoglienza, ma anche e non meno importante, la diffusione di una cultura della corretta informazione tramite sito, newsletter, open day dedicati.

Da imprenditore e con un Gruppo così esteso, quanto crede che la comunicazione digitale possa costruire un'ulteriore leva di miglioramento anche nella gestione delle risorse umane?

Sono fermamente convinto che la comunicazione digitale, anche tramite una intranet aziendale, favorisca una più semplice condivisione delle informazioni rendendole patrimonio comune, capace di snellire i processi e rendere più efficiente l’organizzazione aziendale. Questo, a mio avviso, influisce positivamente sull’operatività e l’incisività delle azioni messe in campo da ogni operatore, sollevandolo dalla parte più onerosa e diseconomica del recupero, della ricostruzione e della rielaborazione delle informazioni mancanti. Le reti digitali consentono anche di percorrere modalità di gestione delle risorse umane che devono farci tendere a sviluppare una visione diversa nel breve futuro. Si parla ultimamente di Employer Branding ed Employee Management: probabilmente la comunicazione digitale potrà aiutare gruppi estesi come il nostro a sfruttare meglio nuove ed importanti dinamiche aziendali.

Tra i social e il web GVM si colloca tra aziende in maggiore crescita nel digitale. Quali strategie state adottando e quali obiettivi vi ponete per il futuro?

Il mondo della sanità in rete si sta sviluppando anche per volontà dei suoi pazienti, che già per stile di vita digitale, utilizzano il web per molteplici attività quotidiane. Abbiamo intrapreso un percorso di costruzione della comunicazione tra siti web e social che convoglia volutamente tutto sotto un unico brand, che si fa garante della qualità delle prestazioni sanitarie, un brand che vuole essere vicino alle persone anche con i mezzi digitali. Siamo un gruppo Glocal, globale e locale, siamo un gruppo presente in 10 regioni ( e in 4 nazioni estere) , e in ogni regioni in diverse città, a cui aggiungiamo una rete di GVM Point che estende e avvicina GVM Care & Research ancora di più alle persone. Vogliamo essere perciò molto presenti anche nel digitale, e oggi ci siamo con un sito principale e altri siti di salute tematici, con i canali social ma soprattutto essere un punto di riferimento non solo per prevenzione e cura ma anche per dare sempre una corretta informazione. La passione per la comunicazione non ci manca e il digitale sarà una delle leve fondamentali per l’evoluzione e la crescita.
Fabio Massa

L’ordinanza del GIP del Tribunale di Agrigento nei confronti di Carola Rackete (Sea Watch 3)

Tribunale di Agrigento, Ufficio GIP, ordinanza, 2 luglio 2019
Giudice dott.ssa Vella
In considerazione dell’interesse mediatico della vicenda, pubblichiamo l’ordinanza con cui il Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Agrigento si è pronunciato sulla richiesta di convalida dell’arresto e contestuale applicazione di misura cautelare avanzata dalla Procura nei confronti di Carola Rackete, comandante della motonave Sea Watch 3, per le fattispecie di cui all’art. 1100 del Codice della Navigazione (resistenza o violenza contro nave da guerra) e art. 337 c.p. (resistenza a pubblico ufficiale).
In punto di diritto, il Giudice ha escluso la sussistenza dell’ipotesi di cui all’art. 1100 Codice Navigazione sulla base del fatto che «le unità navali della Guardia di Finanza sono considerate navi da guerra solo quando operano fuori dalle acque territoriali ovvero in porti esteri ove non vi sia una autorità consolare mentre in questo caso la la nave della Guardia di Finanza  operava in acque territoriali, all’interno del Porto di Lampedusa».
Quanto alla contestazione di cui all’art. 337 c.p. – si legge nell’ordinanza – «il fatto deve essere di molto dimensionato rispetto alla prospettazione accusatoria», risultando «scriminato, ai sensi dell’art. 51 c.p., per avere l’indagata agito in adempimento di un dovere: l’attività del capitano della Sea Watch 3, di salvataggio in mare di soggetti naufraghi, deve, infatti, considerarsi adempimento degli obblighi derivanti dal quadro normativo».
In base all’art. 10 della Costituzione, «l’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionalegeneralmente riconosciute; tra queste rientrano quelle poste dagli accordi internazionali in vigore in Italia, le quali assumono, in base al principio fondamentale pacta sunt servanda, un carattere di sovraordinazione rispetto alla disciplina interna ai sensi dell’art. 117 Cost., secondo cui la potestà legislativa è esercitata nel rispetto, tra l’altro, dei vincoli derivanti dagli obblighi internazionali».
In primo luogo, «va fatto riferimento alla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare di Montego Bay del 10 dicembre 1982 (c.d. UNCLOS – United Nations Convention of the law of the sea), ratificata e resa esecutiva in Italia con Legge 2 dicembre 1994, n. 689, che costituisce testo normativo fondamentale in materio di diritto della navigazione. L’art. 98 della Convenzione UNCLOS impone al comandante di una nave di prestare assistenza a chiunque si trovi in pericolo in mare nonché di recarsi il più presto possibile in soccorso delle persone in difficoltà qualora venga informato che tali persone abbiano bisogno di assistenza, nei limiti della ragionevolezza dell’intervento». Anche «la Convenzione cd. SOLAS firmata a Londra nel 1974 e resa esecutiva in Italia con Legge 23 maggio 1980, nr. 313 (e successivi emendamenti) impone al comandante della nave di prestare assistenza alle persone che si trovino in pericolo. Va considerata, infine, la Convenzione SAR (Search and Rescue) – Convenzione sulla ricerca e il soccorso in mare, adottata ad Amburgo il 27 aprile 1979 e resa esecutiva in Italia con Legge 3 aprile 1989, n. 47. Tale Convenzione, riguardante la ricerca e il salvataggio marittimo, si fonda sul principio della cooperazione internazionale e stabilisce che il riparto delle zone di ricerca e salvataggio avvenga d’intesa con gli altri Stati interessati».
Alla luce di tale normativa – si legge nell’ordinanza – «poteri-doveri di intervento e coordinamento da parte degli apparati di un singolo Stato nell’area di competenza non escludono (anzi, in un certo senso impongono in base all’obbligo sopra delineato) che unità navali di diversa bandiera possano iniziare il soccorso allorquando lo richieda l’imminenza del pericolo per le vite umane. L’obbligo di diritto internazionale, incombente sul comandante di una nave di procedere al salvataggio (del natante e, quando ciò non sia possibile, delle persone che vi si trovino a bordo) trova, in particolare nel diritto interno, un rafforzamento di tipo penalistico nell’art. 1158 Codice della Navigazione che sanziona penalmente l’omissione da parte del comandante di nave, nazionale o straniera, di prestare assistenza ovvero di tentare il salvataggio nei casi in cui ne sussiste l’obbligo a norma dell’art. 490 del codice medesimo ossia allorquando la nave in difficoltà sia del tutto incapace di effettuare le manovre».
Ne deriva che «il principio della libertà degli stati di regolare i flussi di ingresso nel suo territorio nazionale (espressione di sovranità)» deve fare i conti «con i limiti derivanti dal diritto consuetudinario e dai limiti che lo Stato stesso si impone mediante adesione ai trattati internazionali, idonei a conformare la stesa sovranità nazionale», tra i quali figurano il «dovere di pronto soccorso alle navi in difficoltà e di soccorso ai naufraghi e l’obbligo, in capo alle autorità statali, di soccorrere e fornire prima assistenza, allo straniero che abbia fatto ingresso, anche non regolare, nel territorio dello Stato».
Non si ritiene possa incidere su questo quadro – prosegue il Giudice – «l’art. 11 comma ter del D. Lgs 286-98 (introdotto dal D. L. n. 53/2019): difatti, ai sensi di detta disposizione, il divieto interministeriale da essa previsto (di ingresso, transito e sosta) può avvenire, sempre nel rispetto degli obblighi internazionali dello Stato, solo in presenza di attività di carico o scarico di persone in violazione delle leggi vigenti nello Stato Costiero, fattispecie qui non ricorrente vertendosi in una ipotesi disalvataggio in mare in caso di rischio di naufragio. Peraltro, l’eventuale violazione del citato art. 11 comma 1 ter – si ribadisce sanzionata in sola via ammnistrativa – non fa venir meno l’inderogabile disposto di cui all’art. 10 ter del Dlgs 286/98, avente ad oggetto l’obbligo di assicurare il soccorso, prima, e la conduzione presso gli appositi centri di assistenza, poi».
Il descritto segmento finale della condotta dell’indagata (la resistenza a pubblico ufficiale) – conclude l’ordinanza – «costituisce il prescritto esito dell’adempimento del dovere di soccorso, il quale – si badi bene – non si esaurisce nella mera presa a bordodei naufraghi, ma nella loro conduzione fino al più volte citato porto sicuro. Conclusivamente, la Rackete ha agito conformemente alla previsione di cui all’art. 51 c.p., che esime da pena colui che abbia commesso il fatto per adempiere a un dovere impostogli da una norma giuridica o da un ordine legittimo della pubblica autorità.

martedì 2 luglio 2019

Sclerosi multipla, al via progetto europeo per una nuova terapia: la d’Annunzio come partner italiano

Chieti. Sviluppare un dispositivo medico multimodale in grado di rilasciare, in maniera sequenziale e controllata, farmaci diversi per abbassare l’infiammazione e promuovere la neuro- rigenerazione in pazienti affetti da Sclerosi Multipla Primariamente Progressiva, malattia che colpisce 1,3 milioni di persone al mondo. È questo l’obiettivo del progetto “PMSMatTrain” sulla sclerosi multipla, finanziato dalla Commissione Europea che ne ha valutati 500, presentato nel Programma Horizon 2020 nella ‘Marie Skodowska-Curie Initial Training Network’ da un partenariato composto da Irlanda, Germania, Belgio, Francia, Italia, Spagna, Repubblica Ceca e Danimarca. Coordinatrice delle attività di ricerca è Damiana Pieragostino, ricercatrice presso il Dipartimento di Scienze Mediche, Orali e Biotecnologiche dell’università ‘d’Annunzio’ di Chieti. Il dispositivo sarà impiantato dietro la nuca dei pazienti, per migliorare la biodisponibilità a livello di sistema nervoso centrale e limitare gli effetti tossici negli altri organi. La ‘D’Annunzio” parteciperà come partner italiano. Il network è costituito da 6 università e 2 aziende medicali che, unendo competenze diverse e complementari, hanno ottenuto un finanziamento di oltre 4 milioni di euro spendibili in 48 mesi di attività di ricerca nell’ambito della Sclerosi Multipla.

giovedì 27 giugno 2019

Dati statistici

Canale Documentazione - Tag Dati statistici in 41 pagine
Pagine da Pubblicazioni:

Pagine da Tavole:

Pagine da Banche dati:

martedì 25 giugno 2019

In Italia una mappa per curare le malattie rare

 Il portale public reporting «doveecomemicuro» (www.doveecomemicuro.it) che ha messo on line i centri delle strutture sanitarie italiane.

Basta digitare all’interno del «cerca» in homepage il nome di una malattia rara, ad esempio «Sindrome 3C», oppure un suo sinonimo come «Displasia cranio-cerebello-cardiaca». Nella pagina dei risultati compariranno le strutture in ordine alfabetico o di vicinanza (se l’utente attiva la geolocalizzazione).

L'Italia è leader nella cura al cancro alla tiroide

L'aumento delle dimensioni della tiroide, la presenza di noduli, neoplasie e alterazioni della funzionalità di questa ghiandola interessano tutte le popolazioni del globo, con un incremento di incidenza costante. L'Italia è un Paese particolarmente esposto a queste patologie, sia per motivi di tipo genetico sia per ragioni 'storiche' legate a un'inadeguata assunzione di iodio

Patologie cardiovascolari: prevenzione con screening cardiovascolare e Check Up personalizzati

“Le malattie cardiovascolari causano ogni anno nel mondo 18 milioni di morti e sono ancora ad oggi la prima causa di decessi fra uomini e donne nella totalità dei Paesi europei e nei Paesi in via di sviluppo per tutte le età.
Nella fascia d’età tra 45-75 anni in Italia ogni anno muoiono 50.000 persone totalmente asintomatiche. Quasi la metà di esse ha eseguito gli accertamenti tradizionali compresa una prova da sforzo massimale con esito negativo per coronaropatia". 

Ce ne parla il Dott. Ilja Gardi, Coordinatore del Dipartimento Cardiovascolare a Maria Cecilia Hospital di Cotignola (RA). 

Le pubblicazioni scientifiche dimostrano come prima della comparsa dei sintomi sia possibile individuare i soggetti a rischio misurando la presenza di calcificazioni nelle coronarie, permettendo così di dare al paziente un percorso di cura affinché le placche coronariche non aumentino mettendo a rischio la salute cardiaca dello stesso. I soggetti a rischio sono individuabili sottoponendoli a TC Coronarica per la valutazione quantitativa del calcio coronarico, utilizzando il metodo Calcium Score Index

Di conseguenza a fronte di queste evidenze, GVM Care & Research gruppo ospedaliero italiano tra i principali specialisti nazionale ed internazionali di patologie cardiovascolari, ha avviato all’interno di Maria Cecilia Hospital - Ospedale di Alta Specialità accreditato con il Servizio Sanitario Nazionale - un programma di valutazione cardiovascolare completa, su due livelli, tramite l’utilizzo di TC Coronarica

Il primo livello è di screening predittivo coronarico, mentre il secondo livello di approfondimento diagnostico si effettua qualora  la situazione clinica del paziente lo richieda, per inquadrare in modo più completo la salute del paziente.

Lo screening predittivo dello stato delle coronarie, si effettua in pochi minuti, è un esame semplice e  non invasivo; dopo aver risposto ad alcune domande sullo stile di vita, per inquadrare i fattori di rischio   cardiovascolare, il paziente effettua contemporaneamente un ECG (elettrocardiogramma) e una TC Coronarica senza mezzo di contrasto.  

Questo doppio esame contestuale consente, su base statistica ma personalizzata, di calcolare tramite il punteggio del Calcium Score Index l’eventuale rischio per il paziente di essere soggetto problemi coronarici nei successivi 3-5 anni. Ovviamente minore sarà il punteggio e minore sarà il rischio coronarico per il paziente.

L’attività di prevenzione sulle patologie coronariche di Maria Cecilia Hospital prosegue anche con Check Up più avanzati con valutazione clinica e strumentale di tutte le malattie cardiovascolari, con inquadramento di tutti i distretti a rischio, in particolare quello cerebrale per l’ictus e quello periferico per valutare e prevenire la rottura dell’aorta addominale, eventi gravi che possono presentarsi in modo improvviso anche in pazienti asintomatici. 

programmi di prevenzione cardiovascolare avanzati, oltre a quanto previsto per il Calcium Score Index, sono composti da una anamnesi completa; l’ecocolordoppler carotideo che consente di vedere eventuali placche sulle pareti interne dei vasi carotidei - prevenzione ictus; l’ecocolordoppler cardiaco per valutare il flusso ematico vascolare e le eventuali sofferenze del muscolo, le malattie valvolari, le malattie congenite e del pericardio; l’ecotomografia dell’aorta addominale, per valutare eventuali processi degenerativi in atto o possibili dilatazioni del calibro dell’aorta ma anche potenziali aneurismi da sorvegliare o da trattare.  

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